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Il Tema

Qual è il problema? L’ortografia!


Gennaio 2019

Paolo D'Achille

 

La riproposta sulla pagina Facebook dell’Accademia di una risposta di Raffaella Setti pubblicata sul sito della Consulenza il 30 settembre 2002 circa la corretta grafia di qual è ha riacceso il dibattito su questa regola ortografica: un dibattito talmente ampio da trovare spazio anche nella stampa satirica. Non sono mancati inviti o richieste all’Accademia di modificare questa regola, che del resto spesso viene violata e che sembra quindi “fuori moda”. Ci è parso opportuno, allora, riprendere e allargare un po’ il discorso per riflettere da un lato su significato e valore dell’ortografia, sul rispetto delle regole ortografiche attualmente in vigore, sulla possibilità e l’opportunità di modificarle, dall’altro sul ruolo che spetta all’Accademia in generale e al Servizio di Consulenza in particolare.

Il termine ortografia (dal lat. orthographia, a sua volta dal gr. orthographía, formato da orthós ‘diritto, retto’ e graphía ‘scrittura’) significa ‘scrittura corretta’ e si riferisce all’uso scritto di una lingua secondo regole stabilite, che riguardano tanto la rappresentazione dei suoni attraverso una (o più) lettere dell’alfabeto, quanto la separazione delle parole, l’uso di apostrofi, accenti, segni di punteggiatura, caratteri maiuscoli e minuscoli, ecc. Ogni lingua, quando passa da un uso esclusivamente orale a un uso scritto, tende a stabilire e a fissare determinate regole, sia per evitare possibili ambiguità interpretative (che possono dipendere dai numerosi omonimi che ogni lingua presenta, particolarmente insidiosi se relativi a parole “grammaticali”), sia anche per consentire il riconoscimento della lingua stessa e della comunità che la usa. L’ortografia ha avuto spesso, nella storia delle lingue, un valore che oggi definiremmo “identitario”.

Tutte le lingue scritte (compresi i dialetti italiani che hanno una lunga tradizione letteraria, come il veneziano e il napoletano) hanno delle loro regole ortografiche e anzi la fissazione di queste regole sembra spesso essere il primo passo per la costituzione della norma grammaticale (lo abbiamo visto anche di recente, nel caso delle cosiddette “lingue regionali”). Le proposte ortografiche (che possono essere avanzate anche da singoli individui e che potrebbero seguire criteri diversi e persino contrastanti) per diventare regole devono essere accolte, condivise, adottate concretamente, insegnate e diffuse. L’ortografia si sviluppa soprattutto all’interno dei processi di standardizzazione, che riguardano anche altri livelli di analisi linguistica (la morfologia, la sintassi, il lessico) e infatti un momento fondamentale nella storia dell’ortografia è stato costituito dall’invenzione della stampa, in seguito alla quale tutte le principali lingue europee hanno fissato il loro standard anche ortografico. Per l’italiano la stampa fu determinante nell’adozione della grafia, di carattere prevalentemente fonetico e non etimologico, propria della tradizione scrittoria in volgare di area toscana, alla cui diffusione contribuì anche il Vocabolario degli Accademici della Crusca. Un altro momento importante è stato quello postunitario, con la nascita della scuola pubblica, che ha fissato le norme ortografiche relative ad accenti e apostrofi, il cui uso da allora è stato definitivamente regolamentato.

I criteri logicizzanti allora adottati non sono sempre di immediata applicazione né di assoluta coerenza. Per fare solo due esempi: perché “su qui e su qua l’accento non va” mentre su e sì? Perché mentre e non accentati potrebbero confondersi con li e la pronomi atoni (li vedo e lì vedo; la mangi e là mangi) nel caso di qui e qua possibilità di confusioni non ce ne sono. E perché per la resa dell’apocope sillabica di poco si prevede l’apostrofo (sono un po’ stanco; di patate ne prendo ancora un po’), mentre per quella di piede o piedi l’accento (a piè pagina; saltare a piè pari)? Forse perché in questo secondo caso l’apostrofo non sembra “garantire” l’accentazione sulla e, data la presenza della i, o forse anche per influsso di più. Ma che qualcuno potesse (o possa) leggere pie’ come pìe (con omofonia con il plurale femminile dell’aggettivo pio) mi sembra estremamente improbabile, mentre a proposito di qui e qua si potrebbe obiettare che l’assenza di omografi non impedirebbe comunque di accentare i due avverbi, sia per rendere graficamente la loro tonicità, sia per analogia con e (ancora nel primo Ottocento, infatti, accentarli non era considerato errore).

Possiamo dunque ammettere che il sistema ortografico attuale non sia completamente coerente e possiamo senz’altro concordare sul fatto che l’attenzione nei confronti dell’ortografia da parte della scuola sia stata perfino eccessiva e abbia per molti decenni generato un diffuso senso di “paura di sbagliare” quando si scrive (tale disagio nelle scritture semicolte del passato, come le lettere di soldati e emigrati, viene spesso espresso esplicitamente, con le “scuse per gli errori” indirizzate ai destinatari). Non c’è dubbio, però, che proprio alla scuola, all’interiorizzazione di quello che Teresa Poggi Salani ha efficacemente indicato come “l’italiano delle maestre”, si debba l’attuale stabilizzazione dell’ortografia standard, che viene applicata anche nei più diffusi correttori automatici dei programmi di scrittura. Il mancato rispetto di queste regole dimostra quanto meno una scarsa familiarità dello scrivente con l’universo della lettura e dei libri: è infatti soprattutto così che si interiorizzano molte norme ortografiche.

L’ortografia italiana di oggi presenta relativamente pochi elementi di criticità, tra i quali rientrano certamente sia l’apostrofo dopo l’articolo indeterminativo un (riservato al femminile: un’ora, ma un attimo, come un minuto) sia, appunto, l’assenza dell’apostrofo nella sequenza qual è. Come scrive Raffaella Setti nella risposta della Consulenza citata all’inizio, qual è non è da apostrofare perché “si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione)”. Questa è in effetti la motivazione per cui la norma impone di non mettere l’apostrofo, ed è la stessa per cui prescrive un attimo e non °un’attimo, riservando l’apostrofo soltanto all’articolo indeterminativo femminile (laddove, nel caso dell’articolo determinativo, abbiamo da un lato l’ora e l’attimo e dall’altro il minuto). Anzi, posso segnalare che in passato c’è anche stata la proposta di “omologare” i due casi, ammettendo l’apostrofo tra qual e è nel caso che segua un nome femminile, quindi distinguendo qual è il compito da qual’è la risposta?. Nutro forti dubbi sul fatto che questa soluzione potesse risolvere il problema. In ogni caso, senza entrare nel merito della motivazione tradizionale, che non è del tutto convincente, rilevo che la risposta di Setti si conclude in questo modo:

È vero che la grafia qual'è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.

Si ammette dunque che la grafia con l’apostrofo è oggi in espansione, si ipotizza un possibile cambiamento della regola (“per ora”) e si ritiene “consigliabile” continuare a rispettarla. A distanza di oltre quindici anni, queste indicazioni mi sembrano tutte condivisibili.

Tra le varie reazioni alla riproposta del testo di Setti, va segnalata quella di Luca Passani, che collabora al periodico on line “La Voce di New York”, il quale ha scritto alla Consulenza (già prima del dibattito su Facebook, invero) dicendosi “assolutamente convinto che sia giunto il momento di riconoscere il ‘qual’è’ apostrofato come grafia corretta accanto al normativizzato ‘qual è’ da parte dell’Accademia della Crusca e dei vocabolari”. Alla base della sua convinzione c’è “la constatazione che, a parte alcune frasi fatte, sia ‘quale’ la parola impiegata oggi (e non l’antiquato ‘qual’) nelle funzioni di aggettivo e pronome, sia davanti a vocale che davanti a consonante (incluse le forme del verbo essere che inizino con ‘e’)”. Passani vorrebbe dunque “avere la possibilità di scrivere il ‘qual’è’ apostrofato (ovvero di utilizzare il ‘quale’ al posto del desueto ‘qual’ [...]), senza dover[s]i ogni volta difendere dal dileggio di coloro che assai raramente hanno una conoscenza della nostra lingua superiore alla [sua]”. Per questo chiede all’Accademia di “aggiornare il suo parere e ammettere il ‘qual’è’ apostrofato come grafia accettabile nell’italiano contemporaneo”.

Va detto che il signor Passani non è il solo a ritenere accettabile la grafia qual’è, e addirittura a preferirla al qual è prescritto tuttora dalle grammatiche: c’è anche qualche linguista, come il collega e amico Salvatore Claudio Sgroi, che ha difeso l’apostrofo con motivazioni analoghe. Osservazioni simili potrebbero valere, del resto, anche per l’apostrofo dopo l’articolo indeterminativo maschile (data la corrispondenza sopra richiamata tra un e il da un lato e uno e lo dall’altro) e in effetti la presenza dell’apostrofo dopo un in questo caso e (per converso) la sua assenza  prima di un nome femminile si trovano spesso, perfino più spesso del nostro qual'è.

Ma, come si è detto all’inizio, l’apostrofo è un elemento esclusivo della scrittura, il cui uso o non uso non investe gli aspetti più profondi e strutturali della lingua e sul piano dell’ortografia contano molto la tradizione e le convenzioni. Infatti, estremizzando la questione e riferendoci al piano dei rapporti tra fonetica e grafia, potremmo anche difendere le grafia quore e squola per cuore e scuola, oppure proporre di fare a meno della q (che non indica una consonante diversa rispetto alla c prima di u davanti a vocale) e di scrivere, sul modello di cuore e scuola, anche cuando, cuasi e così via, senza più guardare alle corrispondenti parole latine (cor, schola, quando, quasi), che hanno determinato la diversa scelta ortografica. Oppure si potrebbe ridiscutere l’uso dell’h, o ancora aggiungere la i diacritica dopo il gruppo gn prima di a, e, o, u  in modo da livellare l’uso a quello di gl, dove la i è obbligatoria. Ma a nessuno vengono in mente proposte del genere, anche perché, rispetto ad altre lingue il cui sistema grafico è molto lontano da quello fonetico (francese, inglese), in italiano i problemi ortografici sono pochi e le regole  “innaturali” da interiorizzare sono assai contenute. Ammetto tuttavia che nel caso di apostrofi e accenti la questione sia un po’ più complessa e che qualche regola in materia potrebbe essere rivista e modificata.  

D’altra parte, però, né l’Accademia della Crusca né alcuna altra istituzione pubblica italiana, al momento, può avere la forza (o la pretesa) di proporre una riforma ortografica che stabilisca regole diverse da quelle che, ormai da oltre centocinquant’anni, si imparano a scuola. Inoltre l’italiano contemporaneo, che da tempo non ha più in Firenze e nell’uso toscano il suo unico modello di riferimento, tende a ridurre non solo le apocopi (come è appunto qual, che resiste solo in frasi fatte come "qual buon vento ti mena?"), ma anche le elisioni (si leggono spesso forme come una iscrizione e non un’iscrizione, gli individui e non gl’individui, mi interessa e non m’interessa), anche perché nello scritto le singole parole vengono percepite come autonome. E dunque è possibile anche trovare la grafia quale è e anzi a questa può senz’altro attenersi, senza timore di incorrere in sanzioni, chi proprio non vuol accettare la regola di qual è senza apostrofo, che comunque può appoggiarsi al trattamento analogo che l’ortografia prescrive non solo per tale, ma anche per buono e malo, che si apocopano pure davanti a vocale (buon viso e buon anno e non °buon’anno; mal animo o malanimo e non °mal’animo).

Nella situazione attuale, in cui grazie alla diffusione degli smartphone si scrive molto più spesso che in passato e le oscillazioni sono abbastanza consistenti, ritengo comunque di poter continuare a consigliare (consigliare appunto, non imporre) ai nostri lettori di attenersi, almeno negli scritti più sorvegliati e formali, alla norma tradizionale; allo stesso modo con cui, probabilmente, un esperto di bon ton consiglierebbe a un uomo di presentarsi a un ricevimento serale in giacca e cravatta e non in maglietta e blu-jeans o in tuta. Naturalmente, almeno al di fuori dell’ambiente scolastico (dove la matita rossa e blu è ancora in uso), di fronte a un qual’è presente in un testo in rete nessuno si scandalizzerebbe, conoscendo le modalità e i tempi attuali di scrittura, il sostanziale abbandono della pratica della rilettura, ecc. Nel caso specifico, poi, è anche comprensibile che qualcuno, come Passani o Sgroi, decida deliberatamente di “violare la norma”, adottando l’apostrofo e  difendendo  la propria scelta. Se questa violazione avrà poi seguito e a poco a poco finirà col prevalere sull’uso tradizionale, la norma ne dovrà tenere conto e sarà inevitabilmente costretta a rivedere le proprie posizioni: è già avvenuto in passato (ma soprattutto ad altri livelli di analisi linguistica), può avvenire anche in futuro. Al momento, però, la grafia qual è sembra ancora maggioritaria. Non si può dunque, a mio parere, pretendere di imporre “dall’alto” l’abbandono dell’ortografia tradizionale. E del resto, vale davvero la pena di condurre una battaglia su un aspetto della lingua così marginale?

 

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Gentile prof. Paolo D'Achille,
sono uno scrittore italo-argentino molto attento ad ogni lettura che mi illumini ancora una volta sulle meraviglie della lingua italiana.

Sono inoltre un'accademico membro del "Academia porteña del Lunfardo" di Buenos Aires corrispondente in Italia, dove risiedo.
Cito ciò poiché il moto dell'Accademia "solo el pueblo agranda el idioma" richiama, fortemente, la sua affermazione quasi conclusiva "Non si può dunque, a mio parere, pretendere di imporre “dall’alto” l’abbandono dell’ortografia tradizionale."

Sarà dunque, a mio parere, il setaccio del "habla popular" dove troveremo l'ultima parola ad ogni riguardo.

I miei cordiali saluti,
Sabatino A. Annecchiarico

Ho riflettuto molto dopo aver riletto il suo articolo e volevo condividere ancora alcuni ragionamenti.
Direi che il problema stia nel modo in cui la regola ortografica sia enunciata e poi applicata.
La regola fondamentalmente dice solo che non si pone l'apostrofo in caso di troncamento ma solo in caso di elisione: 《[...]qual è non è da apostrofare perché “si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione)”》
Normalmente dunque tutto sta nella definizione di quando si tratti di troncamento e quando si tratti di elisione.
La maestra a scuola spesso spiega che l'apostrofo è una vocale che se ne va lasciando un resto (il "segno grafico che resta").
È dunque essenziale quale sia il contesto di applicazione, esistono infatti due diversi modi di recepire la regola:
1) l'ambito d'azione è l'intero lessico della lingua Italiana al di là del contesto della specifica frase: esiste la parola "qual", dunque sono di fronte a troncamento (non c'è una vocale che se ne va perché esiste nel lessico la parola tronca in autonomia prodotta davanti a consonante).
2) il contesto è la parola e il modo in cui la sto usando nella frase specifica, devo chiedermi se nel caso specifico ci sia o meno una vocale che se ne sta andando.

In realtà i due pprocci hanno punti di contatto e nel caso di "buon" entrambe le strade porterebbero allo stesso risultato:
1) esiste "buon" ma solo al maschile singolare e solo come aggettivo. Non elido dunque i casi di "buon" qualora sia usato al maschile singolare. Terrò la forma estesa laddove lo richiedano esigenze fonotattiche. Userò l'elisione al femminile.
2) in "buon anno" c'è una vocale che se ne va? No perché non dico "*buono anno" e posso dire "buon segno" (non "*buono segno") davanti a consonante dunque nessuna vocale se ne va lasciando resti, la vocale non c'è già in prima battuta.

I due approcci portano a finali diversi nel caso di "qual è", invece:
1) esiste "qual" come aggettivo interrogativo nelle forme "qual buon vento" e "in un certo qual modo" e poche altre cristallizzate nella lingua Italiana: sono comunque di fronte a troncamento.
2) in "qual è?" c'è una vocale che se ne va? Sì perché dico anche "quale è?" ma non posso dire "*qual anno?" né "*qual sarebbe", dunque dovrei elidere.

Per evitare dubbi o malumori la regola andrebbe rivista:
- o in senso più restrittivo per esplicitare che la sola esistenza di "qual" nel lessico della nostra lingua è sufficiente a imporre il troncamento (ma anche ponendola in questo modo si potrebbe obbiettare che il "qual" non esiste autonomo davanti a consonante come pronome ma solo come aggettivo, così come "buon" esiste autonomo davanti a consonante solo al maschile singolare ma non anche al femminile dunque elidiamo al femminile) o andando anche oltre e portandosi a riformulare la regola più inequivocabilmente in '"qual è" non si apostrofa perché esiste la forma tronca a prescindere da quale sia la parte del discorso nei diversi contesti'
- o in senso più aperto, constatando che, anche applicando la regola così come è stata definita in precedenza e a prescindere da quale contesto di applicazione usiamo (1:esistenza della forma tronca nel lessico dell'Italiano - ma tenendo in considerazione differenze di parte del discorso - o 2:uso della forma tronca in contesti testuali analoghi a quello osservato) è possibile arrivare alla forma apostrofata anziché a quella apocopata, dunque entrambe sono accettabili.

Di fatto la forma apocopata diventa l'unica soluzione possibile solo se si decide di stringere ulteriormente le maglie della norma e senza lasciare spiragli.
Mantenere la regola nella forma attuale lascia invece aperti i dubbi e le inconsistenze poiché persino applicando il contesto più ampio che trae giustificazione al troncamento dalla sola esistenza della forma tronca "qual" potrebbe avere l'obiezione che quella forma tronca è riscontrata in forme cristallizzate solo in qualità di aggettivo e mai di pronome.
Come per "buon" è sufficiente la distinzione di genere per far valere il troncamento al maschile e l'elisione (per altro rara ma possibile in "buon'ora" ad esempio) ci si potrebbe far bastare la differenza in termini di parte del discorso per applicare un trattamento analogo a "quale" (troncare se aggettivo, elidere se pronome). Anche perché "*buon casa" è improbabile tanto quanto "*qual sarebbe" ed usando il secondo dei due sopracitati approcci applicativi comunque giungeremmo alla stessa conclusione (in contesti analoghi davanti a consonante uso la forma estesa e non quella tronca, dunque elido, sia per il femminile -non maschile- "buona" che per il pronome -non aggettivo- "quale").

In nessun altro caso della lingua italiana però l'uso dell'apostrofo è finalizzato a mantenere distinti pronomi e aggettivi dunque optare per tale ipotesi in ogni caso richiederebbe un aggiornamento esplicito della norma.

Constatare una distinzione di parte del discorso verrebbe incontro a quanto osservato/percepito dal Passani che giustamente asserisce di usare "quale" e non "qual".
È però vero che le norme ortografiche vorrebbero semplificare il sistema grafico riducendo le varianti e adottando una tale modifica alla norma creeremmo la coesistenza di "qual'è" e "qual elettrone" anche se diventa decisamente sempre più probabile la forma estesa in tutti i casi di "quale" aggettivo. Ad essere onesti, "qual" è sempre di più davvero confinato a un pugno di espressioni cristallizzate quasi alla stregua di un prestito da lingue straniere o antiche quali il Latino e questo è probabilmente il punto dei malumori: "qual" non è più percepito come la parola usata produttivamente in generale, in ogni contesto, e non solo come pronome. "Qual" e "quale" iniziano a non essere percepite più come varianti della stessa parola.
Alla fine dei conti dice bene lei professore: si tratta di ortografia, di tradizioni di scrittura e di convenzione. È del tutto arbitrario decidere che la distinzione di genere è essenziale nel discriminare se troncare o elidere mentre la distinzione di parte del discorso non lo è ma tant'è (qui elido tranquillo, tanto "tant" non esiste né come pronome né come aggettivo né come avverbio).
Tutto sommato è inutile arrovellarsi tanto e chissà che in futuro le cose non cambino.

Ancora mille grazie per l'interessante riflessione sull'ortografia.

Accontentiamoci di questa risposta. Penso che nessuno (per lo meno tra i colti... se ce ne sono ancora) scriverebbe: Qual'altro argomento vi serve? Buon'anno a tutti.

Data la numerosità e validità degli argomenti il discorso vale ambo i lati ad essere onesti. Alla fine è solo questione di convenzioni e di tradizione di scrittura.

Gentile prof. D’Achille, sono Luca Passani. La ringrazio della lunga e articolata risposta che mi onora, particolarmente se considero che il mio nome è accostato a quello del prof. Sgroi.

Entrando nel merito della questione, l’Accademia (insieme a molti vocabolari) continua a citare la regola dell’apocope, ma, come lei stesso ammette, quella spiegazione non convince del tutto dal momento che la regola porta diretta alla correttezza del “qual’è” apostrofato (quale usato davanti a tutte le forme del verbo essere).
Come si può sostenere che “quale è” sia corretto (come fa giustamente lei), ma che “qual’è” non lo sia? Esiste forse qualche regola che impedisce la regola generale dell’elisione in italiano? I conti non tornano.

La strategia alternativa per giustificare la grafia con apocope si appoggia al fatto che tale grafia sia attualmente maggioritaria. I conti ancora continuano a non tornare, però.

Intanto, posta così, la questione ha tanto il sapore di regola prescrittiva, e sappiamo benissimo che l’Accademia della Crusca non ritenga il suo ruolo prescrittivo. C’è poi il problema delle innumerevoli parole italiane che hanno grafie alternative. Perché tanta veemenza contro una grafia alternativa in particolare?

“un esperto di bon ton consiglierebbe a un uomo di presentarsi a un ricevimento serale in giacca e cravatta e non in maglietta e blu-jeans o in tuta.” scrive lei.

Un esperto di bon ton consiglierebbe a un uomo di NON presentarsi a un ricevimento serale vestito con una livrea dell’ottocento, mi sento di rispondere io. :)

Lei chiede se valga davvero la pena di condurre una battaglia su un aspetto della lingua così marginale. La risposta è sì, ne vale assolutamente la pena dal momento che, ogni volta che scrivo qual’è, frotte di saputelli si affrettano a irridere “l’errore”.
Basterebbe che l’Accademia emendasse il suo parere con una frase del tipo: ‘ “qual’è” apostrofato può essere considerata forma accettabile nell’italiano contemporaneo’ e tutto sarebbe risolto.

Cordiali saluti

Luca Passani

PS: trovo interessantissimo il discorso su “l’italiano delle maestre”, ma non allarghiamo troppo il campo della discussione.

PPS: piccola precisazione. La Voce di New York è un giornale online, non un periodico.

Buongiorno.
Mi sono trovato a riflettere, su stimolo di terzi, su una regola che, mi rendo conto, do per buona a priori da molto tempo.
Assodato che non si pone l'apostrofo laddove si tratti di troncamento o apocope e si pone invece laddove si tratti di elisione, non sono più sicuro che in "qual è" la mia coscienza linguistica stia applicando un troncamento.
La mia riflessione è partita dall'analisi di un caso più evidente di troncamento o apocope qual è "buon".
"Buon" è attestato come forma tronca di "buono" davanti a vocali e a consonanti in maniera nettamente produttiva, fanno eccezione soltanto, per ragioni fonotattiche, "s" seguita da consonante, "x", "z" e i gruppi consonantici "gn", "pn" e "ps" ("buon anno", "buon suono", "buon cioccolato", "buon veicolo", "buon indice", "buon orlo).
Allo stesso tempo noto in maniera evidente l'inadeguatezza di "buono" in forma estesa davanti agli stessi esempi sopra citati: "*buono anno", "*buono suono", "*buono cioccolato", "*buono veicolo", "*buono indice", "*buono orlo".
Tornando a "qual" è ovviamente la forma tronca di "quale" e non va di conseguenza apostrofata.
È attestato sia davanti a consonante che davanti a vocale, ad esempio "qual buon vento ti porta" e "in un certo qual modo" oltre all'uso davanti alle forme del verbo essere che inizino per vocale ("qual è", "qual era", "qual ero", "qual eri").
Sin qui nessun dubbio.
A differenza che nel caso di "buon" percepisco piena adeguatezza a "quale vento è questo?", "in quale modo risolviamo il problema?" e a "quale è la capitale del Giappone?"/"quale era la capitale della Jugoslavia?". Aggiungo che esistono per di più casi (sia davanti a vocale che davanti a consonante) in cui è la forma tronca a risultarmi inadeguata e non solo limitatamente alle stesse eccezioni per ragioni fonotattiche valide anche per "buon", ad esempio (usando esempi per i quali "buon" è adeguato mentre "buono" è inaccettabile): "*qual anno", "*qual suono", "*qual cioccolato", "*qual veicolo", "*qual indice", "*qual orlo".
È però vero che, diversamente che per "buono", queste ultime forme mi risulterebbero meno inadeguate se in contesto poetico, magari per ragioni di metrica (pur convinto che mai le userei nel parlato o in ogni altro contesto scritto non poetico).
Quest'osservazione mi riporta a "qual buon vento" e a "in un certo qual modo", non posso negare che si tratti di espressioni cristallizzate, forse sono attestazioni che dunque costituiscono argomenti deboli a supporto del troncamento di "qual".
Resta invece solidissimo argomento l'uso davanti alle forme del verbo essere che inizino per vocale.
È però vero che non userei mai "*qual aveva" o "*qual avevi" o "*qual avevo".
Né lo usiamo davanti a forme del verbo essere che comincino per consonante (mentre, come abbiamo visto, per "buon" le consonanti singole - tranne x e z - a inizio parola sono tutte un contesto valido): "*qual sarebbe", "*qual sarei", "*qual saresti".
Anche per questi esempi va però detto che mi risulterebbero meno inadeguate se in contesto poetico, magari per ragioni di metrica (pur convinto che mai le userei nel parlato o in ogni altro contesto scritto non poetico).
Queste osservazioni mi riportano a "qual è" e agli altri casi di "qual" seguito dalle forme del verbo essere che inizino per vocale.
Essendo stato abituato sin da piccolo ad applicare la regola senza troppe domande è possibile che mi risulti ovvio e scontato (oltre che graficamente gradevole al contrario di "qual'è) il troncamento in "qual è" più per abitudine alla corretta scrittura che per convinta applicazione del troncamento?
In effetti è un po' come infilarsi in un "è nato prima l'uovo o la gallina?".
Inizio ad avere la sensazione che mentalmente la mia coscienza linguistica abbia sempre di fatto compiuto elisione di "quale" e che io mi stia solo forzando a fare uso della forma tronca "qual", e che ciò sia avvenuto silenziosamente per anni solo perché qualcuno prima di me ponendosi lo stesso interrogativo è arrivato a conclusioni opposte (magari quell'uso che io oggi definisco accettabile solo in contesto poetico era allora d'uso comune) ed ha definito la regola grafica che noi tutti oggi usiamo e continuiamo ad usare.
Nel dubbio continuo a scrivere lo standard "qual è".
Ma il dubbio resta...
Grazie mille in anticipo per l'attenzione e la disponibilità e grazie per il grande lavoro che fate a tutela della nostra bella lingua italiana.

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