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L'accordo Crusca/MIT del 2 agosto 2018
Fabio Boni, Claudio Marazzini, Cristina Giachi e Aureliano Benedetti
I partecipanti

Il Tema

Da intransitivo a transitivo: trauma della lingua o dei parlanti?


Marzo 2019

Vittorio Coletti

Parlare di lingua per un linguista è oggi a rischio, specie tra i giustizieri grammaticali dei social e dei media, come per un medico parlare di vaccini. Siccome i figli da vaccinare sono i loro, molti pretendono di saperne più degli esperti. E così di lingua, visto che la usano tutti. Nondimeno, certo del desiderio di capire e documentarsi dei nostri lettori, riprendo qui l’argomento che ha suscitato tante polemiche e che di fatto riguarda la norma linguistica e la sua percezione, nella continua tensione tra conservazione e cambiamento. Mi scuso se questo “tema” sarà un po’ più lungo del solito.

È innanzitutto necessario ricordare che la lingua ha norme diverse o meglio: diversamente rigide a seconda dei modi e livelli di impiego, tipi di testo ecc. Ad esempio, come si è visto nel tema del mese scorso con “qual è”, nell’ortografia (che rappresenta al livello più rigido le esigenze della scrittura) una regola relativa alla presenza/assenza di un segno paragrafematico quale l’apostrofo è molto più restia ad essere modificata di una regola fonetica, tant’è che è tuttora un errore scrivere *igenico invece di igienico, anche se la sequenza ie rappresenta qui un dittongo puramente grafico, che non si pronuncia. La modifica di una norma, inoltre, è perlopiù prima accolta di fatto che coscientemente accettata, come ci ricorda Lorenzo Renzi (Come cambia la lingua, il Mulino 2012), quando scrive che l’innovazione di lui/lei con riferimento a un oggetto inanimato, in luogo dei tradizionali esso/essa, sarebbe probabilmente ancora respinta da non pochi parlanti che pure la usano comunemente.

La storia delle lingue ha mostrato quali sono le condizioni perché un’innovazione venga accettata, magari dopo una più o meno lunga resistenza della norma o della consuetudine che vengono modificate o annullate. L’ampiezza e/o l’autorevolezza dell’uso, un valore comunicativo aggiunto, compatibilità col sistema, sono condizioni che ricorrono frequentemente. Quando queste condizioni non si verificano o fino a quando non si verificano abbastanza ampiamente, le innovazioni sono rifiutate dall’utente o il giudizio su di esse resta in sospeso. Un buon esempio ci può venire dalla singolare vicenda della coniugazione del verbo fare e dei suoi composti soddisfare e disfare.  Questi verbi sono spinti a livello popolare e in toscano a conguagliarsi su quelli regolari in –are, formando così, poniamo, alla terza plurale del congiuntivo, invece di facciano, *faccino (come scriveva Machiavelli), soddisfino invece di soddisfacciano, disfino in luogo di disfacciano. Ma questa innovazione sta imponendosi per i derivati, anche perché grazie al loro prefisso, assomigliano più di fare a normali verbi in –are: soddisfino come sotterrino, disfino come distino, ma non si afferma per il comunissimo fare, che resiste nella sua coniugazione irregolare, ben padroneggiata, nonostante le (apparenti) anomalie di sistema, dai parlanti. Al contrario, il modello di fare rallenta all’imperfetto indicativo la deriva analogica dei suoi composti verso i verbi regolari in -are, tanto che le pur incombenti novità di *soddisfava e *disfava (su sotterrava e distava) sono ancora (giustamente) avvertite come erronee rispetto alle corrette ed etimologiche soddisfaceva e disfaceva, imposte dal verbo di partenza. Non è finita: i derivati in questione conservano e affermano nelle forme soddisfò e disfò (per altro oggi sostituite nell’uso, con crescente fortuna, da soddìsfo e dìsfo) una variante analogica e popolare del presente indicativo di fare: fo, che il verbo base sta (Toscana a parte) abbandonando. Ma il successo di fo nella coniugazione dei derivati non contribuisce alla resistenza di questa forma nel verbo generatore, quasi che le innovazioni possano essere ereditate dai figli, ma non risalire da essi ai padri.  Cosa ci dice questo caso? Ci dice che di fronte a varianti a basso valore aggiunto comunicativo, ancorché dentro paradigmi etimologicamente identici, uso e sistema possono prevalere alternativamente, sì che ora si impone l’autorità, in questo caso differenziante e conservatrice, dell’uno (come nel regolare facciano invece dell’analogico *faccino), ora la potenza (in questo caso) livellante e innovativa dell’altro (come negli analogici soddisfino e disfino in luogo degli etimologici soddisfacciano disfacciano).

Come abbiamo visto, dunque, in parole simili o addirittura identiche la spinta al cambiamento non si esercita uniformemente su tutto il paradigma che le riguarda, ma colpisce punti diversi e con diverso successo. È quello che possiamo osservare anche guardando i chiacchierati costrutti “siedi il bambino”, “esci il cane” ecc.

L’italiano popolare e regionale ci mette qui di fronte a un’innovazione di sistema, usando come transitivi dei verbi intransitivi. Per la verità, lo fa in maniera parziale (la verifica del passivo non è ancora né sempre valida), ma all’interno di un processo che coinvolge svariati verbi di moto e ha investito da tempo le lingue neolatine. In francese non c’è problema a asseoir l’enfant, sortir le chien, entrer la voiture, monter le courrier e in spagnolo il Diccionario della Real Academia classifica come prevalentemente transitivo sentàr, sedere, e riporta senza scandalo gli usi transitivi di entrar[1], nel senso di  “far entrare” (proprio anche del catalano) e di subir in quello di “portare qualcuno o qualcosa a un piano più alto” (registrato anche nel Novo dicionarìo compacto da lengua portuguesa di A. de Morais Silva): segno di una certa inclinazione al transitivo di questi verbi, e anche di altri, in verità, specie quelli già predisposti al costrutto dalla consuetudine col cosiddetto oggetto interno (da “vivere la vita” a “vivere la montagna”). Vale la pena ricordare, inoltre, che non sono pochi i verbi che da intransitivi, nella loro storia, sono diventati transitivi, con varie differenze, più o meno sensibili, di significato (abitare in montagna/ abitare la montagna, avanzare negli studi/ avanzare richieste); e ovviamente anche il contrario (gli aumentano lo stipendio/ i prezzi aumentano del 5 per cento). Data la parziale infrazione e deficit di sistema nella transitivizzazione dei suddetti verbi di moto (passivo problematico o mancante e quindi problematicità o mancanza del prezioso doppio punto di vista consentito dai normali verbi transitivi, che possono essere volti dall’attivo al passivo), l’uso più autorevole e formale (e in gran parte anche la coscienza comune) respinge l’innovazione, tanto che una nostra riflessione su di essa in rapporto ai vari livelli d'uso ha scatenato polemiche e sconcerto.

Ma perché l’uso, sia pure informale, familiare, poco consapevole, regionale, presenta sempre più spesso queste innovazioni, tanto che si moltiplicano le domande sulla loro liceità? Ricordando che Dante in Convivio I, 10 ammonisce che le novità debbono essere meglio e più motivate delle conservazioni ("vuole essere evidente ragione che partire faccia l’uomo da quello che per li altri è stato servato lungamente"), proviamo a guardare dentro di esse, giuste o sbagliate che siano, e nelle loro motivazioni. Facciamoci subito una domanda. Perché queste novità si affacciano in frasi come siedi il bambino e non in *siedi il dottore *siedi l’avvocato, o, per prendere il caso più controverso, in esci il cane e non in *esci il dottore *esci l’avvocato?

In fondo la frase standard corretta è sempre la stessa, cioè il costrutto causativo “fare uscire, sedere x” quale che sia il soggetto x del verbo all’infinito. Ma l’innovazione comincia ad affacciarsi in quei casi in cui il soggetto grammaticale (il cane che esce, il bambino che [si?] siede) non è anche quello logico, perché il cane non può abitualmente uscire da solo di casa e il bambino non è ancora in grado di sedersi, come invece accade per il dottore o l’avvocato. Il cambiamento comincia cioè da un punto di “debolezza” del sistema, che propone lo stesso costrutto per casi e quindi significati diversi. La lingua sembra aver percepito, segnalandola con una forma differente, la scarsa autonomia logica del soggetto grammaticale del verbo all’infinito nella frase standard. L’innovazione si insinua, infatti - sia pure, al momento, solo a livelli popolari, regionali e pratici (in genere i primi a reagire) - con soggetti che non si muovono, per così dire, con le proprie gambe o autonomamente, e non si presenta invece, a nessun livello, con quelli che lo possono fare. In alcuni italiani regionali si dice scendi il cane, il pacco, ma non *scendi lo zio, a meno che questi non sia paralizzato su una carrozzina. Il fatto è che esci il cane corrisponde a un significato un po’ diverso dallo standard “fai uscire il cane” (dove in teoria potrebbe uscire solo il cane) e diventa “porta fuori il cane” (escono in due, padrone e cane!). Mentre *esci l’avvocato non sarebbe parafrasabile con “porta fuori l’avvocato” (a meno che l’avvocato non sia anche lui paralizzato), ma sempre con “fai uscire l’avvocato”, cioè proprio quella frase standard il cui eventuale cambiamento di costrutto, in questo significato, non produrrebbe alcun vantaggio comunicativo (e infatti la novità, con soggetti animati e autonomi, non si affaccia). Allo stesso modo, si sta diffondendo siedi il bambino ma non *siedi il dottore; la ragione è la stessa: in siedi il bambino il cambio di costruzione corrisponde a un cambio di significato (posalo, adagialo, mettilo…), che non ci sarebbe invece in *siedi il dottore, che si siede da solo, e quindi, è perfettamente detto dalla frase standard, che basta e avanza (“fai sedere il dottore”). Anche in scendi il pacco il significato non è “fai scendere il pacco”, ma “porta giù il pacco”, perché il pacco non scende da solo per le scale, come invece farebbe uno zio sano, che non “si porta giù” ma eventualmente “si fa scendere”, magari ubbidendo alla richiesta al citofono di chi è venuto a prenderlo e lo aspetta in basso (e quindi l’eventuale innovazione *scendi lo zio non serve e non attecchisce). Stessa cosa si potrebbe dire per salire. Insomma, può valere un po’ per tutti questi verbi l’impeccabile definizione dell’uso transitivo di sortir in francese (attestato dalla fine del Cinquecento) data dal Petit Robert: “portare fuori qualcuno che non può farlo da solo”.

Si vede allora che queste innovazioni, che forzano il sistema, hanno però, per così dire, un valore comunicativo aggiunto, perché al cambiamento di forma ne corrisponde uno di significato, che compensa, anche se solo parzialmente, la perdita della possibilità del passivo, in genere meno richiesta dai parlanti. Per questo, le novità in questione sono così diffuse, ma, ecco il punto, soltanto con quei dati tipi di soggetto. D’altra parte, lo abbiamo visto con gli esempi delle coniugazioni di fare e composti, le innovazioni non sono (almeno all’inizio) sistematiche, invasive, ma mirate, circoscritte.

Siamo dunque di fronte a innovazioni in incubazione, almeno a mio giudizio accettabili a livello pratico e familiare, soprattutto parlato (specie nel caso di sedere, che non a caso ha già un uso riflessivo, sedersi)[2], ma per il momento sconsigliabili o comunque ancora deprezzate (come si è ampiamente visto) nell’uso formale e scritto e nella coscienza riflessa popolare, perché pesano su di esse l’assenza di un uso autorevole e l’incoerenza di sistema, molto riprovata a scuola.

 

Note:

 


[1] Va ricordato che il Diccionario panhispànico de dudas precisa invece che l’uso transitivo di entrar, pur ampio, non è passato nella lingua colta.

[2] Il GRADIT di De Mauro non pone restrizioni all’uso transitivo di sedere, mentre restringe all’ambito regionale quello degli altri verbi qui esaminati.

 

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Marzo 2019

Che peccato, ci stiamo perdendo l'occasione per confrontarci su un tema cruciale: cosa ci si aspetta dalla Crusca?
Se si cerca su wikipedia, sono ben specificati obiettivi e finalità di questa antichissima istituzione che nasce a "difesa" dell'italiano e diventa ogni giorno che passa più tollerante rispetto all'italiano parlato dai più. E naturalmente questo comporta grossolane divergenze che configurano due posizioni principali: da una parte chi difende ad oltranza un italiano cristallizzato nella sua forma più pura perché la ritiene la più sistematica e ineccepibile, dall'altra chi invece ritiene che la lingua viva sia quella parlata dalla maggioranza degli italiani e che quindi meriti rispetto ogni forma di cambiamento e di diversità in quanto fonte di crescita e di perfezionamento.
E' ovvio che in medio stat virtus: giusto difendere la lingua ma altrettanto giusto è tenere aperta la porta al perfezionamento e all'evoluzione della lingua.

A me sembra opportuno che la Crusca accetti i cambiamenti ma con controlli e protocolli che siano rigorosi e attenti.
Non può essere un criterio quello della diffusione di una novità.
Nè quello del riscontro in grandi autori riconosciuti dai più come autori di prestigio. Nè la ricerca di passaggi etimologici suggestivi e intriganti.
L'accettazione di un cambiamento non deve essere uno "sdoganamento" ma dovrà passare per una rigorosa analisi delle regole già esistenti che consentano o meno il passaggio fisiologico e non traumatico al nuovo.
Si pensi alla scomparsa del Voi sostituito dal Tu e dal Lei.
Nessuna regola è stata infranta.
Però il cambiamento è stato radicale. Come riporta il Prof. Coletti
"le novità debbono essere meglio e più motivate delle conservazioni ("vuole essere evidente ragione che partire faccia l’uomo da quello che per li altri è stato servato lungamente").
Dover a tutti i costi far passare per buono quello che attualmente è considerato dalla maggior parte dei cultori della materia come un grossolano errore, a mio sommesso avviso, è assolutamente da evitare.
Allora tra le funzioni della Crusca sarebbe auspicabile: una lotta all'ultima sillaba con la stampa e con chiunque scriva castronerie, nel senso di segnalarlo, metterlo all'indice. Non si deve accettare che giornali regolarmente pubblicati possano per esempio denominarsi "L'eco sportivo" e quando qualche sedicente giornalista usa eco al maschile deve essere messo all'indice. E' chiaro che questo è un lavoro impopolare e al limite del politicamente corretto. Un alunno di terza elementare può considerare eco un sostantivo maschile. Un giornalista no. Non voglio dire che andrebbe radiato dall'albo ma un medico che sbaglia paga per i suoi errori e un giornalista perché dovrebbe farla franca? Perché scrive cose interessanti? Questo non deve passare e penso che la Crusca debba intervenire in situazioni di questo tipo. Non può passare al festival di Sanremo il te usato per tu senza che nessuno lo censuri e spieghi che è un errore. I giovani corrono dietro a questi giovinastri acculturati che "scrivono" rap con rime improponibili. Sono diventati miti e c'e' gente che rischia la pelle per andarli a sentire in concerto (con annesso giro di droga ... ed istigazione a comportamenti antisociali).
Questo perché anche la forma è sostanza. E' l'eterna diatriba tra forma e sostanza: è vero l'abito non fa il monaco. Posso scrivere in maniera corretta dicendo cose sbagliate. Ma il monaco vero deve portare l'abito. E non può esistere una buona sostanza che abbia una cattiva forma nello stesso modo in cui non può esistere una cattiva sostanza che abbia una buona forma.
Quindi se scrivo cose giuste le devo scrivere correttamente, altrimenti questo deve essere sufficiente a inficiare il contenuto e la sostanza di quello che dico. E' il grande problema in estetica della definizione di arte: Hegel la definiva il giusto mezzo (guarda un po', di oraziana memoria) tra il contenuto (quello che scrivo, che musico, che dipingo, che fotografo) e la forma (quanto so scrivere, fare musica, dipingere fotografare, quanto so).
E spero che nessuno se ne esca con Ligabue (il pittore non il musicista) o la pittura naif o le poesie dei bambini.
Se uno dei giovani di cui sopra ascoltasse un'opera di Donizzetti o una sinfonia di Beethoven si annoierebbe a morte e continuerebbe a preferire Mahmod o Ultimo. Se conoscesse come la sinfonia o l'opera nasce, se conoscesse la vita degli autori, l'ambiente in cui sono state ideate l'opera e la sinfonia, se conoscesse, se capisse la forma, riuscirebbe a capire e ad amare i contenuti.
Persino Picasso cubista sembra ridicolo se non si conosce la sua storia e se non si conoscono i suoi quadri giovanili.
Sissignori sempre lì si torna, la cultura è conoscenza della forma e dei contenuti.
Per troppo tempo una pseudocultura potente ha combattuto questi sentimenti con l'apoteosi della sostanza. Non si mette in discussione la sostanza. Ma solo che una buona sostanza per essere tale deve avere una buona forma.
Chiedo di evitare commenti superficiali della zia o della signora della porta accanto.
Dovremmo tutti essere stufi del solito discorsetto preferisco uno bravo anche se veste male e che le mani del lavoratore devono essere sporche. E' bene che uno bravo vesta meglio che può e il lavoratore, quando può, si lavi le mani.
Chi ritiene di scrivere qualcosa che gli altri debbano/possano leggere, deve conoscere le regole che sono alla base della grammatica italiana.
Se si vuole giocare ad un gioco bisogna conoscere le regole del gioco.
Ecco la funzione di arbitro imparziale e affidabile, che mi aspetterei da un'istituzione come la Crusca promotorice della conoscenza della forma e dei contenuti.
Le regole ci sono, se non soddisfano vanno cambiate, non perché chi non le conosce non le usa, per usare poi quelle che usa (aneddotiche e personalissime) chi non le conosce.
Grazie per l'attenzione.

Forse voleva dire essenziale? Una domanda essenziale? Non credo volesse dire esiziale, troppo forbito... ma esistenziale? Che c'entra? Ma che domanda è una domanda esistenziale? Essere o non essere? Boh!
Qual'è il ruolo dell'Accademia nei (ai) giorni nostri? Domanda esistenziale, sull'esistenza o sull'essenza? Ciò che "è", l'"essere", effettivamente per "esistere" deve avere una storia, un principio e una fine.... E' Dio che si è fatto uomo proprio per esistere ed aggiungere l'attributo dell'esistenza a quello dell'essenza.
Ma che c'entra il ruolo della Accademia con Dio?
Forse la domanda (e la risposta) sono escatologiche? O scatologiche? Beh la differenza non è soltanto una "e"....

Buongiorno a tutti,
prescrivere non vuol dire punire chi non segue le regole, prescrivere significa indicare una via che è opportuno seguire per parlare o scrivere un italiano corretto, colto medio (direbbe il Prof D'Achille).
Non basta parlare italiano per essere autorizzati a inventare innovazioni.
Il verbo transitivo è tale perché l'azione transita da un soggetto ad un complemento oggetto e chi ricorda il latino cum-prehendet la differenza tra nominativo e accusativo e tra casi diretti e indiretti.
Se si sa tutto questo perché ostinarsi a trasformare un caso diretto in indiretto?
Chi ha studiato nominativo e accusativo non direbbe mai esci il cane.
Il complemento oggetto risponde alla domanda chi? che cosa?
I verbi entrare ed uscire non consentono tale domanda ma dove? e da dove?
Bon consentono tale domanda così come due pere più due mele non fanno quattro "qualche cosa" ma due pere più due mele.
Chi non sa tutto questo entra il cane ed esce le tette. Allora potremmo dire che lo stupro della lingua (come tutti gli stupri) nasce dall'ignoranza e di ignoranza si alimenta.
Allora sarebbe il caso che esistesse un'istituzione che PRESCRIVE (per chi vuole parlare e scrivere in italiano) che entrare e uscire e sedere sono verbi intransitivi, perché l'azione non può transitare dal soggetto al complemento se non in modo indiretto cioè mediato dalle preposizioni "di a da in con su per tra fra" e mai (prescrittivamente) MAI direttamente.
Questo non lede i diritti di alcuno, non è razzista né totalitario.
Nella storia della lingua italiana troppo spesso si è confusa la tolleranza con l'appiattimento e il risultato è appunto quello che viviamo, non si scrive più in italiano ma si usano faccine, allocuzioni improbabili, grugniti, bestemmie e volgarità, cinguettii e tvb e acronimi aneddotici (certamente molto espressivi ma da non accettare e proscrivere se si vuole scrivere e parlare un italiano corretto).
Ho notato, invece con un certo disappunto, che la Accademia della Crusca vuole essere descrittiva e tende a "sdoganare" con una certa disinvoltura.
Ora, per descrivere le castronerie che si leggono nel web non ci vuole l'Accademia della Crusca, ciascuno di noi legge e vede inquietanti e improponibili tentativi di scimmiottare poeti e scrittori.
Se poi, per sdoganare si fa riferimento alla "moda" statistica, cioè la maggiore frequenza delle suddette castronerie, esse purtroppo tracimano e superano di gran lunga lo scrivere corretto,
E' un po' come gli articoli che tendono a dimostrare che la terra è piatta: sono molto più numerosi di quelli che invece dimostrano che la terra è sferica.
Questo non vuol dire che la terra sia piatta e se molti dicono "a me mi piace", "gli" per "le" o "a loro", "se potrebbe" invece di "se potesse", "te" invece che "tu" e altre meraviglie di questo tipo, beh, accademici della Crusca vi prego, non sdoganate con la spasmodica ricerca di esempi o di quanti casi riporta il web....
Se Voi sdoganate, ma chi deve difendere questa povera lingua?
Censurate e prescrivete, non credo che abbiate mai messo sul rogo nessuno, dovete solo indicare la via corretta senza sentirvi in colpa verso i più. Non è possibile leggere libri e articoli privi dei fondamentali dell'italiano, anche cose interessanti perdono efficacia se scritte e dette male. E per questo che proliferano scrittori e poeti improbabili e inquietanti. Scrivere e poetare dovrebbe essere un atto di responsabilità perché chiunque scriva deve sapere qual è la forza e la potenza meravigliosa quanto pericolosa del LIBRO o della POESIA.
Allora Vi prego, non sdoganate, mettete all'indice invece, censurate. Se non lo fate Voi ma chi lo deve fare?
Grazie per questo luogo di confronto e perdonate l'impeto.
Ad Majora

"gli" per "le" o "a loro"

Sto ancora ridendo.

Questa è lingua italiana usata tutti i giorni da libri e giornali. Non serve neppure scomodare il web (su cui comunque scrivono gli italiani).

Se lei vuole parlare e scrivere una lingua aulica che non esiste più, prego. Ma la pretesa di imporla agli altri tirando per la giacchetta la Crusca è francamente ridicola.

PS: "Te" come soggetto è usato in tutto il centro e nord Italia.

Luca Passani

Gentile sig. Luca Passano (risus abundat in ore stultorum),
perché si sente colpito ogni volta che si parla di ignoranza?
Dicevo, appunto, che molti probabilmente diranno "te" invece che "tu", perché sono proprio pochi quelli che perdono il loro tempo a leggere Orazio o magari qualche tragedia greca. Sapesse quanti psichiatri parlano di complesso di Edipo senza mai aver letto l'Edipo Re né l'Edipo a Colono... !
E nessuno condanna gli ignoranti (che non sanno), ma che almeno non vadano oltre la scarpa ...
Si nota invece, dai suoi interventi, che non è abituato al confronto né sa usare bene l'italiano e quindi, come l'elefante in una cristalleria fa più danni di quanto vorrebbe. In fondo è un'anima semplice.
Vede sig. Passano, la cultura non ha bisogno di conferme e benedizioni da parte di chicchessia, è, teticamente e semplicemente cultura, né può essere imposta, viene vissuta. L'ignoranza sì, quella si impone e si può solo imporre perché chi è "colto" non può essere costretto ed è libero e non ha paura delle regole.
La libertà è nella cultura: per questo continuerò a scrivere "è piovuto" anche quando qualcuno sdoganerà "ha piovuto" ma è un problema degli ignoranti non dei "colti".
I "colti" non temono la prescrizione. La vorrebbero per evitare che gli sfondoni prendano il sopravvento perché c'e' molta più gente che dice "te" invece che "tu" ma questo non vuol dire che "te" sia corretto.
Si ricordi: la terra è sferica, non è piatta.
Tra cent'anni sicuramente badi," sicuramente", l'italiano attuale non esisterà più; la prescrizione e le regole servono solo a rallentare questo inevitabile percorso per evitare che dall'oggi al domani ci si risvegli in una Babilonia nella quale ciascuno parla il suo unico e personalissimo dialetto. E' l'atavico problema del purismo nella lingua.
Che la lingua evolva è inevitabile proprio perché gli ignoranti sono più dei "colti" e soprattutto perché i "colti" sanno che la cultura non si può imporre e non la imporranno mai, neanche prescrivendo. La prescrizione culturale non è imposizione. L'unica imposizione che si dovrebbe attuare è quella allo studio e alla lettura ma è implicitamente paradossale. Un ossimoro: "studeo" vuol dire "amo" e senza amore per lo studio non si può studiare. Hai voglia a imporre...! La battaglia si può vincere solo inducendo i nostri figli a leggere e a studiare, con l'esempio badi, non con l'imposizione perché non avrebbe effetto. Ma il tempo va altrove e in questa epoca di web e di terrorismo e di ignoranza c'e' poco spazio per la cultura. Ecco perché sarebbe auspicabile l'esistenza di una Accademia della Crusca che, in perfetta buona fede, promuovesse la lettura e lo studio e fosse in grado di spiegare perché l'italiano è questo, piuttosto che sdoganare e indugiare su come potrebbe essere più bello se tutti parlassimo come parlano i più.

PS: se riesce, eviti, in pubblico, interventi ad personam, se vuole Le lascerò la mia mail e lì potrà dare sfogo alle sue frustrazioni e io se potrò l'aiuterò, qui è l'ultima volta che rispondo alle sue puerili e paranoiche provocazioni.

Riporto infine con un po' di indignazione quello che lei ha scritto recentemente:
"Descrivere, prescrivere o decidere di giorno in giorno in base agli umori del presidente Marazzini?"

Non sarà un caso che il Presidente dell'Accademia della Crusca sia il Presidente dell'Accademia della Crusca o forse nel suo deliroide ipomaniacale ritiene di proporsi al suo posto?
Vede alla base della "cultura" c'e' il rispetto, l'umiltà e (purtroppo) la tolleranza. Ed è la fortuna degli sfigati.

Buona giornata.

Non capisco come la Crusca permetta questi commenti dove si storpiano addirittura i nomi delle persone per dileggiarli. Eppure i commenti sono moderati se non sbaglio.

Caro webmaster, potete rimuovere per favore il commento di Iudica in cui storpia il mio nome?

Nell'argomento non voglio neppure entrare. Come si fa a discutere con chi si crede proprietario della cultura, ma per sua stessa ammissione non ha mai scritto nulla degno di nota in vita sua. Ridicolo.

Luca Passani

A proposito di tirare la giacchetta alla Crusca per proscrivere chi non la pensa come te....

Carissimi, ci scusiamo se la nostra scelta di pubblicare un commento ha urtato la sensibilità di qualcuno di voi. La redazione dell'Accademia desidera dar voce a tutti gli interessati al dibattito, senza operare correzioni sui testi di chi scrive e, tendenzialmente, pubblicando tutti gli interventi che non contengono insulti espliciti e turpiloquio. Abbiamo più volte autorizzato, per esempio, commenti colmi di critiche feroci e appassionate, e a volte anche di vere e proprie offese agli stessi accademici autori dei Temi.
Vi preghiamo dunque ancora una volta di moderare i toni della discussione e di provare a esprimere le vostre opinioni e le vostre critiche in modo più sereno e costruttivo.
La redazione dell'Accademia

Sig. Luca Passano non si esponga, non è necessario che ogni messaggio debba per forza contenere un suo commento. Questo suo chiosare ogni pensiero, le assicuro, indispone perché in maniera non empatica (cioè antipatica) non riesce neanche a percepire quanto risulta fastidioso. Come se fosse lei il padrone del sito o il webmaster che giudica l'operato altrui dall'alto della sua perizia linguistica, bacchetta quello (perché in disaccordo con le sue illuminate idee) e osanna quell'altro (che crede sia in linea con le sue opinioni) e decide persino cosa pubblicare e cosa censurare, riassume, riformula e postilla.
Ci risparmi qualcosa e lasci vivere. Legga, e magari impari.... ascolti magari evitando di prendersela addirittura con chi permette che Lei sia qui a straparlare, solo perché non esprime il totale accordo con le sue idee (pensi che io ritengo che l'accademia sia stato troppo sdoganatrice con la storia del qual è, qualsiasi cosa fa sbaglia....).

Per quanto attiene al suo cognome ormai lo scrittore automatico la riconosce così. Ma perché se la prende tanto?
Se ne faccia una ragione: la terra è rotonda.

Gentile Redazione per uno che si sente urtato nella propria sensibilità, ce ne sono tanti altri che si sentono sollevati dalle vostre decisioni e credo che la maggior parte sia grata a Voi che avete la pazienza di ascoltare tutte le nostre idee più o meno condivisibili, pubblicarle e difenderle.
A proposito di quanto l'Accademia sia prescrittiva.....

E pensate che a corto di idee, siccome il suo cognome risulta storpiato implora l'ostracismo per il barbaro aggressore che non riconosce il suo genio..... Pensate cosa farebbe contro chi disattendesse le sue regole.

(Mi mette paura, bisogna che impari a scrivere qual'è).

Comunque chiedo scusa a tutti, ogni volta ci ricado, giuro di ignorarlo e poi dice quella corbelleria cosi irresistibile.... (a proposito di Troll). Però questa volta davvero ce la metterò tutta...

Non mi risentirò se non mi pubblicherete.
Grazie comunque.

Sono professore d'italiano a Buenos Aires. Vi seguo. Amo l'Accademia della Crusca. Cari saluti a tutti voi.

Temo che il ruolo dell'Accademia sia quello suggerito in ultimo da Luca Passani, decidere di giorno in giorno in base agli umori. E anche di dare spazio a linguisti con qualche problema di sintassi. "Parlare di lingua per un linguista è oggi a rischio, specie tra i giustizieri grammaticali dei social e dei media, come per un medico parlare di vaccini", che italiano è?

In qualità di linguista, la ringrazio per questo intervento.
Parlare di evoluzione della lingua con chi non è del settore risulta sempre un argomento spinoso, ma con le direttive dell'Accademia confido in un approccio più disteso da parte dei parlanti.

A mio modestissimo parere, l'Accademia della Crusca (ma io non ne sono sicuramente l'interprete) è chiamata ai nostri giorni ad aiutare gli italiani a conoscere meglio e a usare consapevolmente la propria lingua. Descrivere o prescrivere? Non è questo il problema! Si può prescrivere o descrivere a seconda del tema affrontato.

Ultima postilla: da sempre la grammatica italiana (una delle prime al mondo ad essere codificata qualche secolo fa) ha avuto un'impronta prescrittiva. E lo stesso accadde con quelle poche raccolte di principi grammaticali che segnarono il passaggio dal latino (classico e volgare) alle lingue romanze.
La nostra storia della lingua, inoltre, ha sempre risentito prevalentemente dell'influenza del canale della lingua scritta. La logica conseguenza di tutto ciò è stata una forte resistenza ai cambiamenti, cambiamenti e innovazioni che nascono (e premono) soprattutto nel campo dell'uso orale.
Insomma, la lingua viva è eminentemente quella orale.
Prima che anche nello scritto, o nei parlanti dall'uso formale o molto controllato, ci si apra al cambiamento, il fronte del dibattito sarà indubbiamente e quasi inevitabilmente molto ampio.

Ben venga, a mio parere, il contributo dell'Accademia della Crusca e di altri esperti.

Posso accettare "esci il cane" o "scendi il bambino" come frasi idiomatiche dialettali, che tali sono e tali restano, ma volerle fare entrare nella lingua italiana come corrette è una cosa pazzesca! Povera Accademia della crusca! (Sembra rimasta solo la crusca, di Accademia non trovo traccia...)

L'approccio descrittivista della Crusca su "scendi il cane" e altre amenità ci può stare. La stonatura si ha con il caso del qual'è, il tema precedente a questo, in cui la Crusca ha preso una posizione nettamente prescrittivista.

E allora non saprei più rispondere ad una domanda esistenziale.

Qual'è il ruolo dell'Accademia nei giorni nostri?

Descrivere, prescrivere o decidere di giorno in giorno in base agli umori del presidente Marazzini?

Saluti

Luca Passani

Ma che cos'è la "domanda esistenziale"?

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